È quasi commovente la caparbietà con la quale Cannes continua a premiare quei film che una volta si chiamavano "impegnati". Niente è più anacronistico, e forse impopolare, dell’idea che la cultura e l’arte debbano ficcare le mani e lo sguardo nell’intruglio sanguinante e doloroso del sociale. Tra gli sghignazzi della dilagante e egemonica "nouvelle vague" mondiale, politica e giornalistica, che ama il becero (perché è "popolare") e spregia la cultura (perché è "radical-chic"), resiste imperterrita l’élite di cineasti con villa, divi miliardari, rockstar buoniste, e vipperia al seguito, che forse per lavarsi la coscienza, forse perché ci credono davvero, appena scampati alla tempesta dei flash si chiudono in una stanza e coprono di premi il regista antirazzista, quello anticamorrista, quello che fa le pulci al potere.
Per quanto mi riguarda, sono entusiasta di questa resistenza benestante e benemerita. Il direttorio di abbienti di sinistra che governa Cannes con il pugno di ferro, gloriosamente insensibile all’egemonia culturale del Becero, arroccati nella loro presunzione culturale e nel loro snobismo creativo (i francesi, poi, in questo senso sono terribili), sono un’isola di speranza. L’"impegno" è una retroguardia storica destinata, alla lunga, a scoprirsi neo-avanguardia. Hasta la Palma d’Oro, siempre.

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