Molto divertente e anche molto istruttivo ascoltare al giornale radio – senza vedere le facce – la diatriba tra i leghisti veneziani che osteggiano il nuovo insediamento Rom, costruito dal Comune, e gli zingari malvoluti, stanziali a Mestre da un paio di generazioni, tutti cittadini italiani. Il portavoce Rom, ovviamente molto piccato, parlava come un gondoliere, stesso accento dei suoi odiatori, a conferma di un ormai lungo radicamento in quel famoso "territorio" che pare diventato come l’osso che i cani si contendono.
In questo caso il territorio, come certificato dall’assoluta identità tra la parlata leghista e quella zingara, se interpellato faticherebbe molto a stabilire delle differenze "etniche" tra i contendenti. Pesa, ovviamente, una diversità di costumi, di reddito e di integrazione sociale che non va certo sottovalutata. Ma l’elemento profondo (e sordido) della "diversità" razziale, della differenza di sangue indicata come ragione stessa del rifiuto sociale, quello no, quello i leghisti di Venezia se lo possono scordare. Così come esistono veneziani ebrei, veneziani slavi, veneziani armeni, veneziani mori, per non dire dei veneziani americani, solventi e molto devoti alla bellezza della loro nuova residenza, esistono veneziani zingari. E, come insegna la Lega, "ognuno è padrone a casa sua".

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