Dopo la potente sterzata berlusconiana di Berlusconi, minaccia di tornare in auge il vecchio dibattito: se sia "regime" oppure no. Si capisce che la questione abbia una sua pregnanza tecnica, e pure una sua valenza emotiva, perché in qualche modo stabilisce di quanti gradini abbiamo già disceso la scala della decenza. Ma dal punto di vista politico discettare se sia regime oppure no ha meno importanza da quando abbiamo capito, con una certa costernazione, che anche in democrazia si possono placidamente mettere in atto le peggiori puzzonate, limitare i diritti, farseli su misura. Non serve affatto il "regime", basta un consenso popolare vasto e tenace come quello di cui gode Berlusconi.
Se la cosa può consolarci, anche un orrore (umanitario, strategico, politico) come la guerra in Iraq è stato deciso nell’assoluto rispetto delle leggi democratiche di uno Stato democratico. Essere una democrazia, vivere in democrazia, evidentemente non è virtuoso in sé, non preserva da leggi ignobili o decisioni oltraggiose, e nel nostro piccolo caso domestico non basta neanche a evitare che l’arroganza di un singolo prevalga sull’interesse generale. L’"interesse generale", festante sotto le finestre di Berlusconi, ha già fatto sapere di in più occasioni di gradire moltissimo la gongolante determinazione con la quale il premier si fa gli affaracci propri. E in democrazia la maggioranza ha sempre ragione.

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