In mezzo a tanti dibattiti di imprecisata urgenza e utilità, ce n’è almeno uno che, da anni, attendiamo con impazienza. È quello interno al mondo cattolico, che ha visto largamente prevalere, fino al conformismo, le opinioni gerarchiche e dogmatiche, e lentamente sparire dalla scena le tracce, non si sa quanto rilevanti, del cattolicesimo conciliare, sociale, diciamo per comodità "di sinistra". Ora l’occasione sembrerebbe arrivata: le misure drastiche contro immigrati e nomadi scuotono le coscienze non solo del cattolicesimo sociale, dei preti di strada, delle comunità di accoglienza, ma anche quelle del meno turbolento ‟Avvenire” e di parte delle gerarchie.
Poiché questo moto di coscienza muove da presupposti inconciliabili con quelli che ispirano la politica del governo, ci si domanda quanto a lungo, all’interno di una maggioranza che manifesta grande concordia con il Vaticano, il dibattito possa rimanere ignorato o sopito. I maliziosi notano, con qualche ragione, che dalla compagine di governo sono state già espunte, con destrezza, componenti come quella ciellina, considerata in disgrazia presso il premier e il suo stretto entourage. Ma di cattolici di governo (elettori compresi, e a bizzeffe) ce ne sono tanti: bisognerebbe incalzarli per sapere da che parte stanno, e se i fondamenti della carità e dell’universalità ai quali la loro fede si ispira trovino, oppure no, una qualche consonanza con la politica del governo.

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