Che cos’è il razzismo? Lasciate da parte ideologie e pensieri profondi, e provate ad accostare queste due frasi. Frase 1 – ‟Se si fa una moschea in un centro urbano, in breve sorgono due macellerie islamiche, quattro phone center e dieci kebab”. Frase 2 – ‟Se si fa una parrocchia cattolica in un centro urbano, in breve sorgono due salumerie, quattro pub e dieci pizzerie al taglio”. La prima frase è dell’assessore al territorio della Regione Lombardia, Davide Boni. La seconda l’ho scritta io, specularmente a quella di Boni. Come ognuno può facilmente notare, la mia frase non fa che sostituire a normali elementi di socialità islamica normali elementi della nostra socialità urbana così come si è costituita fin qui. La differenza fondamentale tra i due quadretti di quartiere, quello con i kebab e quello con le pizzerie, non è (né potrebbe essere) di legittimità. La differenza sta nel sentimento di estraneità di fronte alle (ovvie) novità derivanti dall’immigrazione. Se si importa lavoro, inevitabilmente si importano anche culture e gusti sconosciuti agli indigeni. Un’eventuale immigrazione venusiana permetterebbe all’assessore Boni di temere l’apertura di due spacci di naftalina (i venusiani ne sono ghiottissimi) e di quattro eros center (i venusiani sono lussuriosi). Il razzismo è esattamente questo: considerare le abitudini degli altri pericolose e destabilizzanti in quanto tali. E considerare le nostre abitudini virtuose e rassicuranti in quanto tali.

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