Mentre Federica scompare, si beve, s’insiste, si balla a Lloret de Mar. Più lei scompare e più si balla. La festa archivia il dolore, nella migliore tradizione spagnola: il torero ucciso non basta a interrompere la corrida, a costo di altro sangue. Adelante, adelante. Avanti, come se dietro non ci fosse niente, come se il dietro non fosse la ragione dell’adesso e del poi, come se si potesse mettere la polvere sotto il tappeto e fare finta che tutto sia pulito. Che a guardare la polvere si avverte lo sporco e raccoglierla ha un costo di fatica. E allora basta non guardare i morti, non caricarseli sulle spalle, lasciare che siano dati in consegna ai boschi e poter giurare di non averli visti. Ma con quali occhi si guarda? Con quali gambe si balla?
Si balla, si sballa a Lloret de Mar e in mille altri posti che purtroppo gli assomigliano, perché qui e dappertutto ci si fa e ci si disfa, dimenticando le istruzioni di noi stessi, tralasciando pezzi che una volta smontati non siamo in grado di assemblare di nuovo.
C’è un che d’insolente in queste gambe che hanno la presunzione di tenere il tempo a Lloret de Mar, mentre una brutta storia ci dimostra che il tempo non si tiene, si teme, perché ci avvicina a conferme che non vorremmo avere: due tatuaggi, un fiore sulla caviglia, tre stelle dietro l’orecchio.
Mi chiedo com’è possibile che un cuore si fermi mentre un brillantino applicato su un dente continui a brillare. C’è un che d’irriverente in tutto questo, nell’essenza che scompare e nel superfluo che insiste.
C’è chi il tempo lo supplica adesso e chi s’ostina a tenerlo. Chi alza le spalle e dice ‟se l’è cercata”, ma essere sopravvissuti non ci rende migliori.
Vorrei un minuto di silenzio, ma forse non serve neanche quello. Che di silenzio, dentro, mi pare ce ne sia fin troppo. Vorrei un minuto di fermo, allora, vorrei che le gambe la piantassero di ballare, che nessuno alzasse i bicchieri adesso, che una ragazza non si fidasse, che un’ingenuità non venisse riconosciuta e, se è possibile, vorrei che tutto quello che brilla diventasse opaco.
Diciamo che te la sei andata a cercare, Federica, però non sappiamo spiegare perché tu l’hai trovata e tante non la trovano. Dovevi tenertelo stretto il tuo bicchiere e non restare sola sulla panchina, potevi evitare di bere, stare un po’ più coperta, dare meno confidenza.
Non farci troppo caso e non giudicarla male questa prontezza all’accusa, non è voglia di fare notizia, è che il caso ci spaventa e all’irrimediabile non siamo preparati. Abbiamo bisogno di pensare che basta cambiare una variabile per avere un altro finale, come se tutto dipendesse da te, solo da te e non da chi hai incontrato. La raccomandazione poi, è un linguaggio che aspetta il ritorno, ti facciamo la lezione, perché domani vorremmo vedere che hai imparato. È il nostro unico modo di tenerti in vita.E poi fare finta che tutto sia pulito. Che a guardare la polvere si avverte lo sporco e raccoglierla ha un costo di fatica. E allora basta non guardare i morti, non caricarseli sulle spalle, lasciare che siano dati in consegna ai boschi e poter giurare di non averli visti. Ma con quali occhi si guarda? Con quali gambe si balla?
Si balla, si sballa a Lloret de Mar e in mille altri posti che purtroppo gli assomigliano, perché qui e dappertutto ci si fa e ci si disfa, dimenticando le istruzioni di noi stessi, tralasciando pezzi che una volta smontati non siamo in grado di assemblare di nuovo.
C’è un che d’insolente in queste gambe che hanno la presunzione di tenere il tempo a Lloret de Mar, mentre una brutta storia ci dimostra che il tempo non si tiene, si teme, perché ci avvicina a conferme che non vorremmo avere: due tatuaggi, un fiore sulla caviglia, tre stelle dietro l’orecchio.
Mi chiedo com’è possibile che un cuore si fermi mentre un brillantino applicato su un dente continui a brillare. C’è un che d’irriverente in tutto questo, nell’essenza che scompare e nel superfluo che insiste.
C’è chi il tempo lo supplica adesso e chi s’ostina a tenerlo. Chi alza le spalle e dice ‟se l’è cercata”, ma essere sopravvissuti non ci rende migliori.
Vorrei un minuto di silenzio, ma forse non serve neanche quello. Che di silenzio, dentro, mi pare ce ne sia fin troppo. Vorrei un minuto di fermo, allora, vorrei che le gambe la piantassero di ballare, che nessuno alzasse i bicchieri adesso, che una ragazza non si fidasse, che un’ingenuità non venisse riconosciuta e, se è possibile, vorrei che tutto quello che brilla diventasse opaco.
Diciamo che te la sei andata a cercare, Federica, però non sappiamo spiegare perché tu l’hai trovata e tante non la trovano. Dovevi tenertelo stretto il tuo bicchiere e non restare sola sulla panchina, potevi evitare di bere, stare un po’ più coperta, dare meno confidenza.
Non farci troppo caso e non giudicarla male questa prontezza all’accusa, non è voglia di fare notizia, è che il caso ci spaventa e all’irrimediabile non siamo preparati. Abbiamo bisogno di pensare che basta cambiare una variabile per avere un altro finale, come se tutto dipendesse da te, solo da te e non da chi hai incontrato. La raccomandazione poi, è un linguaggio che aspetta il ritorno, ti facciamo la lezione, perché domani vorremmo vedere che hai imparato. È il nostro unico modo di tenerti in vita.
Giulia Carcasi

Giulia Carcasi

Giulia Carcasi, nata nel 1984, è giornalista e scrittrice. Durante gli studi in Medicina ha esordito con Feltrinelli pubblicando il romanzo Ma le stelle quante sono (2005), a cui seguiranno Io sono di legno (2007, premio Zocca Giovani), Tutto torna (2010) e, nella collana digitale Zoom, Perché si dice addio (2012).

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