Leggo incredulo del giovane ciclista Riccò, del suo folle appendersi con le proprie mani alla forca dell’antidoping. Imbrogliare sperando di farla franca è un calcolo quasi umano. Ma imbrogliare già sapendo che ti beccheranno mi sembra pura demenza, la ormai diffusa demenza sociale di chi è disposto a qualunque ignominia pur di arrivare ai quattrini e al successo. Meglio la galera e il disonore dell’anonimato.
"E pensare che un tempo i ciclisti erano eroi popolari", dico riflettendo ad alta voce. "Ma guarda che lo sono anche adesso" mi corregge implacabile la mia interlocutrice, raggelandomi. Ha ragione. È il popolo che è mutato – la citazione di Pasolini è scontata – e Bartali stava agli italiani del Dopoguerra esattamente come Riccò sta agli italiani di adesso. Ai suoi compaesani che gridano al "complotto", ai ragazzi dei bar con l’orecchino e il tatuaggio che ammirano chi vince e spregiano chi perde (ignari di spregiare se stessi, e il loro futuro da frustrati). Al suo collega Cunego, certamente un bravo ragazzo, che dichiara ai giornali di essersi rapato a zero "perché la ricrescita dei capelli con la nuova tintura non lo soddisfaceva". Se l’attenzione dedicata alle tinture e alle pettinature fosse proporzionale agli scrupoli morali, per le strade del Tour non ci sarebbe un solo dopato.

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