Che Bossi disprezzi l’inno nazionale e il tricolore non solo non è una novità. È anche un’ovvietà. Un partito secessionista non può che detestare la nazione che opprime la sua nazioncina, reale o virtuale essa sia. Eppure i giornali di ieri erano zeppi di discussioni, polemiche, approfondimenti sull’ennesima volgarità anti-italiana di Bossi: come se il "caso" di cui preoccuparsi fosse quello, e non già la presenza nel governo romano di ministri leghisti che, giurando fedeltà alla Costituzione, sono oggettivamente spergiuri, perché il loro fine dichiarato è distruggerla nel suo presupposto fondante, che è l’unità del Paese.
Di questo scandalo nessuno discute più, è uno dei tanti strappi politici, delle tante rotture istituzionali che il centrodestra è ormai riuscito a farci trangugiare, anno dopo anno. Tanto che lamentarsene è diventato insopportabilmente ripetitivo, noioso perfino per chi ripete la solfa della propria indignazione o del proprio stupore. Le parole della denuncia sono consumate, non c’è un solo dettaglio del nostro disgusto che non sia risaputo, sono concetti, sono parole che esprimiamo con crescente fatica, sempre le stesse, sempre più scontate, sempre più inutili. Verrà il giorno che, per sfinimento, chi ha ragione comincerà a credere di avere torto. E un partito spergiuro sembrerà una ragionevole componente della scena politica.

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