In una spiaggia ligure. Bimbetti di sei-sette anni, figli di benestanti del Nord-Ovest, facce d’angelo, si gridano ‟che cazzo vuoi” tra gli ombrelloni, tessendo un fitto ricamo sonoro. Leggo buono buono il mio giornale e cerco di evitare la parte (risaputa) del barbogio che medita sui tempi degenerati. Per altro, la sera prima su Italia 1 avevo seguito, di scorcio e per pura documentazione antropologica, un film d’azione americano, in prime-time, nel quale gli organi maschile e femminile, ivi compresi i loro modi d’uso, le loro possibili collocazioni anatomiche, il loro stato di servizio, venivano evocati ogni cinque secondi da una sceneggiatura fatta al massimo di una decina di parole, la più elegante delle quali era culo. E dunque, perché mai gli imberbi urlatori dovrebbero ricorrere a petrarchismi, o rivolgersi al compagno di giochi come in un romanzo di Calvino o anche solo come in una conduzione di Baudo (un gentiluomo, avercene…) quando la fonte alla quale si abbeverano non prevede variante alcuna? Stavo per alzarmi e suggerire ai piccini, tra le parole da loro predilette, di optare senz’altro per "culo", che è più allegro e meno discriminante, ma poi ho pensato che era meglio starmi zitto: i genitori avrebbero potuto fraintendere le mie intenzioni. Certe raffinatezze sono fuori corso, e presto anzi prestissimo la parola culo dovrà essere difesa dalla Crusca.

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