Nella loro ostilità (ricambiata) al ministro Brunetta, gli statali hanno molte ragioni e qualche macroscopico torto (per esempio avere accettato per troppi anni che al loro interno prosperassero gli imboscati e gli scaldasedia, screditando il lavoro delle tante persone serie). Non gioca a loro favore la levata di scudi contro le vignette (alcune carine, altre stupidine) che il sito del ministero ha deciso di pubblicare. La satira – anche se il dibattito degli ultimi anni ha cercato di appiattirla a puro accessorio del gioco politico – non ha mai colpito solamente il Potere. Fino dalla sua culla (la cultura greca e latina) ha ampiamente preso di mira anche gli usi e i costumi del popolo, perché è la società nel suo complesso, non solo il palazzo, la vera materia satirica. Adombrarsi per qualche dileggio dei cosiddetti fannulloni è dunque sgradevole e per giunta poco sportivo: gli uomini di potere sono subissati di pernacchie dall’alba dei tempi, e solo recentemente hanno scoperto che abbozzare è più democratico e soprattutto più conveniente. Se una fetta di scherno tocca in sorte anche all’uomo della strada, o dello sportello, siamo nella pura fisiologia satirica. Protestare e offendersi, e specialmente offendersi per categorie come spesso avviene in Italia, non rende onore alla causa degli statali. Vale per tutti, ancora oggi, lo slogan con il quale Sergio Staino lanciò il suo indimenticato "Tango": chi si incazza è perduto.

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