Dal meeting di Rimini si levano molte voci per rivendicare il diritto dei cattolici di parlare, fare politica, partecipare attivamente alla vita sociale. Francamente, non si vede chi vorrebbe (e chi potrebbe) negare a una comunità così rilevante e autorevole diritti così basilari. Eppure, i toni delle rivendicazioni riminesi paiono sortire da una ridotta assediata, da una minoranza compressa, e non già (come è) da una potente, numerosa e doviziosa associazione, che negli ultimi anni ha avuto enorme rilievo mediatico, e decisiva influenza politica.
A parte qualche pittoresca minoranza di mangiapreti, di fatto nessuno ha mai osato pretendere che i vescovi si occupino solamente di paramenti e di liturgia. Quello che - piuttosto - si suole dire da parte "laica", è che le leggi dello Stato non devono e non possono soggiacere a una morale confessionale. Per un´ovvia ragione: che non tutti gli italiani sono cattolici, e non tutti i cattolici considerano Verbo le risoluzioni della Cei. Purtroppo quest´ovvia ragione viene spesso accolta dai vescovi come un´inaccettabile lesione della Verità, che dev´essere unica per tutti. Tanto che basta dire "non sono d´accordo", oppure "voglio leggi che valgano anche per me e non solo per i credenti confessionali", per suscitare l´accorato sdegno di alti prelati che confondono, per loro e nostra disgrazia, le opinioni diverse con la "persecuzione anticristiana". Con quello che accade in India, sarebbe meglio commisurare i toni a quanto davvero accade qui da noi.

Torna alle altre news >>