Propongo alle scuole di giornalismo di inserire tra i materiali di studio il "caso dei pomodori": come esempio (ennesimo, ma di speciale nocività) di come NON si debba esercitare questo vecchio e scellerato mestiere. Il caso è questo. Nel suo primo editoriale, la neodirettrice dell’Unità De Gregorio (auguri di cuore) scrive che la sinistra deve tornare a fare politica a largo raggio, e "smetterla di coltivare pomodori dietro casa". è una evidente metafora. Avrebbe potuto anche scrivere "smetterla di annaffiare le ortensie", e il significato non sarebbe mutato. Inopinatamente, però, il riferimento ai pomodori ha scatenato un dibattito di carattere socio-alimentare che, con l’editoriale dell’Unità, c’entrava come i cavoli a merenda (avverto: è una metafora anche questa, prego i colleghi di non imbastire un dibattito sui cavoli). Politici e intellettuali sono stati stimolati a dire la loro sui pomodori, se sia meglio coltivarli o acquistarli, se il cibo genuino sia una valorosa scelta ambientalista oppure un vezzo snobistico, se l’orto sia elitario o plebeo, e il popolare quotidiano "il Riformista" ha dedicato una riflessione polemica alla sinistra "slow food" che spende ottanta euro per cenare. Volessi partecipare alla discussione, farei notare che nei locali slow food il prezzo medio è sotto i quaranta euro. Ma sarebbe un’osservazione troppo sensata: in linea con il dibattito, propongo invece di analizzare lo stato del cetriolo nei comuni amministrati dal centrosinistra.

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