Le immagini dell’uragano Gustav, corredate da lamiere ondeggianti e casupole precarie che sventolano come quelle dei due porcellini (il terzo fu più previdente), suscitano un vecchio interrogativo: possibile che la più grande potenza economica e militare del mondo, in grado di progettare scudi spaziali, congegni e ordigni tra i più evoluti, non riesca a dotare la parte più povera e indifesa della sua popolazione di case fatte di mattoni? E gli scuri di legno, quelli massicci e bene inchiavardati, perché non vengono montati al posto delle precarie tapparelle di plastica, delle veneziane di velina che al primo fiato del Lupo si schiantano e gonfiano le case, facendole esplodere? Piuttosto che inchiodare le assi alle finestre, nel panico e nella precarietà più totali, non sarebbe meglio avere porte e finestre già robuste e stagne, come ce ne sono perfino in paesi meno abbienti, ma amanti del solido?
Gli Stati americani del Sud illustrati dai telegiornali paiono fragili quinte di compensato, insediamenti provvisori. Rispetto ai dirimpettai caraibici, egualmente esposti alla bufera ma ben più poveri, aumentano smisuratamente solo le insegne, che negli Usa fanno vela in misura direttamente proporzionale alla superficie. A Crotone un uragano farebbe meno danni che a New Orleans.

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