Centra perfettamente il bersaglio Giuseppe D’Avanzo quando scrive (Repubblica di ieri) che la sostanziale impunità degli ultras deriva dal rovesciamento di ruolo dei tifosi: da spettatori a parte dello spettacolo. Furenti difensori di un ruolo di attori, di massa-protagonista, al quale si aggrappano con feroce ingordigia. Le nuove identità di massa si formano attorno al pane oppure ai circensi, cioè ai consumi o ai riti televisivi (tale è il calcio: se le curve non fossero più inquadrate dalle telecamere, gli ultras sparirebbero come cicale ai primi freddi).
In questo come in tanti altri casi il vero problema, mi pare, è che conoscere il male non è più la condizione per combatterlo. In parole semplici, non abbiamo più né il coraggio né la forza di chiederci se le cose, così come sono, potrebbero cambiare, o avrebbero potuto andare diversamente. Stiamo diventando, tutti, meri registratori di una realtà a volte passabile, a volte orrenda, che comunque sovrasta la nostra speranza di mutamento, ed è già tanto se ci concede ancora libertà di giudizio e di critica. La rassegnazione (e la fuga…) sono i sentimenti dominanti di fronte a meccanismi sociali che, per la prima volta da quando siamo al mondo, ci paiono così potenti da essere immodificabili. Traducendo in politica, la frustrazione della sinistra è molto di più di una somma di sconfitte: è il timore che il campionato sia finito.

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