Ci fu, nell’antichità, un momento in cui in cui nacque un mondo nuovo, nel quale culture lontane e diverse si incontrarono, presero a parlarsi, conoscersi e far proprie usanze e stili di vita sino a quel momento sconosciuti: un mondo originale e cosmopolita, passato alla storia (con espressione coniata dallo storico ottocentesco J. G. Droysen) come ‟ellenistico”. Identificato come il periodo successivo alla morte di Alessandro Magno, l’ellenismo non può essere compreso, ovviamente, se non a partire dalle gesta e la personalità di questo. Figlio di Filippo II, re di Macedonia, Alessandro - salito al trono nel 336 , a vent’anni, e partito per l’Oriente nel 334 - a venticinque anni aveva conquistato la Persia, a trenta una parte dell’India. Ma sarebbe limitativo pensare alle sue gesta solo come a una straordinaria impresa militare. Alessandro (che aveva avuto come precettore Aristotele) era mosso anche dal desiderio di conoscere il mondo che man mano sottometteva. Per l’Oriente, era partito portando con sé storici, cartografi, scienziati, medici, filosofi e uomini di cultura. Il suo obiettivo era la costruzione di un Impero universale, realizzato grazie alla fusione di conquistatori e vinti. I persiani non dovevano sottostare a un dominio straniero, dovevano diventare parte della nuova entità politica. A questo scopo, istruì alla lingua e alla cultura greca trentamila giovani persiani, destinati a essere il nucleo del nuovo popolo. Per incoraggiare i matrimoni misti sposò Statira, figlia di Dario, re di Persia, e diede in moglie ai suoi amici le migliori ragazze persiane. In seconde nozze sposò la principessa bactriana Roxane, dalla quale ebbe un figlio. Alla sua morte, nel 323, tutto era cambiato: le istituzioni politiche, la religione, la cultura. Nei regni governati dai suoi successori (Attalidi, Lagidi, Antigonidi, Seleucidi) e nei Paesi che ne ricevettero l’impronta (Ponto, Cappadocia, Bitinia), la massa sottomessa restò fedele alle sue tradizioni, ma le aristocrazie si grecizzarono. E la cultura cambiò: l’arte greca, da linguaggio figurativo di alcune città divenne la forma espressiva di tutto l’impero. I suoi temi si ampliarono: non più solo divinità ed eroi, ma anche esseri comuni, raffigurati con le loro caratteristiche individuali. I temi classici continuarono a essere rappresentati, ma in modo diverso. La lotta fra Zeus e i Titani, scolpita sull’altare di Zeus a Pergamo (160 a.C. ca.) ne offre un celebre esempio L’armonia, la calma delle sculture greche classiche è scomparsa. La ricerca di un effetto drammatico è rafforzata dall’uso di un altorilievo - quasi scultura a tutto tondo - che sembra quasi proiettare le immagini sui gradini dell’altare. Il celebre ‟Laocoonte con i figli” (175-150 a.C. ca., scoperto a Roma nel 1506 e restaurato nel 1533 in stile protobarocco da Giovanni Montorsoli) esprime una drammaticità che ha fatto parlare del gruppo come supremo exemplum doloris. È stato giustamente detto che probabilmente quel che interessava gli artisti era il desiderio di provare la loro abilità tecnica nell’esprimere tensioni e sentimenti: nella specie, si trattava di tre artisti di Rodi, che lavoravano in Italia per i Romani, su temi virgiliani. Interessantissima, inoltre, la nascita del collezionismo. I ricchi raccoglievano opere d’arte, in primo luogo pittoriche. Chi non poteva permettersi gli originali li faceva copiare: e sono le copie, appunto, quelle che consentono di conoscere un aspetto molto interessante dell’arte ellenistica. Le pitture greche, dipinte su tela, come è ben noto sono andate perdute. Quelle romane, invece, essendo murali, sono in parte sopravvissute: e Pompei, data la sua tragica fine, nel 79 d.C., è il sito che ne offre la documentazione più ampia: le ville e quasi tutte le case della cittadina campana erano adornate da dipinti, ovviamente non tutti della stessa qualità, ma ispirati, tutti, a un repertorio di immagini costruito dai pittori ellenistici ed evidentemente diffuso in tutto il nuovo mondo. Arte globale ante litteram? Con le dovute, inevitabili differenze dovute alla natura composita dell’impero e alla persistenza delle tradizioni locali, in qualche misura possiamo anche pensarlo.
Eva Cantarella

Eva Cantarella

Eva Cantarella ha insegnato Diritto romano e Diritto greco all’Università di Milano ed è global visiting professor alla New York University Law School. Tra le sue opere ricordiamo: Norma e sanzione in Omero. Contributo alla protostoria del diritto greco (Milano, 1979), Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico (Milano, 1987; 2006; In Ue Feltrinelli, con nuova prefazione dell'autrice, 2016), Il ritorno della vendetta. Pena di morte: giustizia o assassinio? (Milano, 2007), I comandamenti. Non commettere adulterio (con Paolo Ricca; Bologna, 2010), “Sopporta, cuore...”. La scelta di Ulisse (Roma-Bari, 2010). Per Feltrinelli ha pubblicato Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia (1996), Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto (2002, premi Bagutta e Forte Village), L’amore è un dio. Il sesso e la polis (2007, premio Città di Padova per la saggistica; “Audiolibri-Emons Feltrinelli”, 2011), Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma (2009), L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana (2010), Pompei è viva (con Luciana Jacobelli; 2013), Perfino Catone scriveva ricette. I greci, i romani e noi (2014), Non sei più mio padre. Il conflitto tra genitori e figli nel mondo antico (2015), L'importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro (con Ettore Miraglia; 2016), Come uccidere il padre. Genitori e figli da Roma a oggi (2017), l’edizione rivista de I supplizi capitali (2018), Gli inganni di Pandora. L'origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica (2019) e ha tradotto Le canzoni di Bilitis (2010) di Pierre Louÿs. Nella collana digitale Zoom è uscito L’aspide di Cleopatra (2012). Per Gli amori degli altri. Tra cielo e terra, da Zeus a Cesare (La Nave di Teseo, 2018) e per la sua opera in generale, ha ricevuto recentemente il premio Hemingway e il premio Pescasseroli.

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