Gli onorevoli Gasparri e Cicchitto appaiono quasi ogni sera, da mesi, nei telegiornali di ogni ordine e grado. Con una costanza non eguagliata da altri stakanovisti della dichiarazioncina serale: neppure dal lugubre Capezzone, che a volte salta il giro suppongo per ragioni di turn-over.
Non ho alcun rilievo da muovere a quanto dicono, per il semplice fatto che li sento ma non li ascolto. Il suono prodotto dalle loro voci, nonché la familiarità dei loro volti, hanno assunto nel tempo una funzione di puro arredo domestico. Come la pentola che geme sul fuoco, il gatto che fa le fusa, il rumore ovattato del traffico, anche Gasparri e Cicchitto riempiono le nostre stanze quotidiane e accompagnano i nostri umili gesti, confondendosi con le usate abitudini. Il borbottio strascicato del primo, l’anonimo speakeraggio governativo del secondo, non appartengono più all’agitata dimensione pubblica, ma alla sopita, cara atmosfera di casa. Con qualcosa di pascoliano, reminiscenze d’infanzia quando le chiacchiere delle donne di casa filtravano dalla camera accanto, voci indistinte che salgono dal villaggio globale così come dai borghi di una volta, e cicì e cicià, e pissi pissi, e bla bla, con il sibilo delle "esse" che fruscia, le palatali che schioccano appena.
Chissà che cosa dicono, e perché sono lì. Chissà se sanno che il loro solenne impegno istituzionale diventa, nelle nostre case, appena un rumore di fondo, che accompagna al riposo serale.

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