Ammesso che dalle catastrofi si impari qualcosa, i tracolli finanziari di questi giorni rilanciano, pur con qualche inevitabile mestizia, un’idea di sobrietà che non apparteneva più da un pezzo alla mentalità corrente. Anche tra gli abbienti o i quasi abbienti si sentono conversazioni di qualche spessore circa l’esigenza futura di ricominciare a distinguere tra l’utile e l’inutile. Concetti ? entrambi ? che costringono a sconfinare, se non nel filosofico, almeno nell’antropologico, perché la paventata penuria (poi vedremo quanto profonda, ed estesa) dissolve l’illusione che tutto serva e tutto si possa avere, e dunque porta ad approfondire il nostro rapporto con la "roba": le merci, gli oggetti, i progetti, i sogni.
Un vaglio più intelligente dei bisogni sarebbe del resto urgente, se è vero, come è vero, che il grottesco indebitamento di centinaia di milioni di occidentali deriva da una smania di possesso, e nei casi più penosi di apparenza, decisamente fuori controllo. Regolati da meccanismi di dipendenza molto simili a quelli che dannano i drogati o gli ubriaconi o i sessuomani. Già i padri classici, del resto, sapevano come funzionano certe cose, e Fedro, con la favola della rana che si gonfia sperando di diventare bue e infine esplode, sarebbe ancora adesso, dopo duemila e rotti anni, un ottimo consulente per certe banche collassate, e per certi clienti rimasti sotto le macerie.

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