Così abbiamo anche noi il nostro Salman Rushdie, un condannato a morte per colpe letterarie. Con una differenza fondamentale: che la fatwa contro Roberto Saviano non arriva da lontano, da una cultura distante e aliena. È una fatwa intestina, che sbocca dalla stessa terra di Saviano. Una fatwa locale, territoriale, perfetta per un luogo dove il crimine organizzato taglieggia il vicino di casa, avvelena il pozzo d’acqua comune, droga e corrompe i suoi figli, insanguina i suoi cortili. Saviano (come fu Peppino Impastato) è un figlio che si è rivoltato alla legge dei padri, e soprattutto ha commesso il supremo sacrilegio di rendere pubblico uno scandalo in genere soffocato tra quattro vecchie mura omertose. Trova le parole per dire quanto viene sempre taciuto, e lo fa così bene che quelle parole fanno il giro del mondo. La camorra lo odia perché ha soldi (a palate) ma non ha parole, ha arroganza ma non ha sguardo sul mondo, ha violenza ma non ha seduzione. Lo odia perché intuisce che c’è più libertà, più intelligenza, infine più potere in un semplice libro che nel lurido cumulo di miliardi arraffati. Ci si domanda (con paura, perfino con dolore) se l’intera comunità nazionale saprà capire che difendendo Saviano difende il proprio onore e la propria libertà, oppure se una volta di più, una volta di troppo, le divisioni politiche la renderanno sorda e cieca.

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