Dice Berlusconi che la parola velina è "denigratoria e un po’ razzista". Una banalità che non rende onore a una delle parole più intensamente simboliche della storia della televisione italiana: genesi e sviluppi del termine meriterebbero un paio di tesi di laurea almeno. Perché la velina nasce, dalle parti di Antonio Ricci, come parola satirica, parodia delle notizie "di regime" (le veline, appunto) e parodia dell’ossessione, molto berlusconiana, per le tette in tivù. Parodia della televisione intera, in sostanza. Poi è capitato che la televisione, che evidentemente non è spiritosa e per questo è vincente, non abbia capito la battuta, e abbia trasformato la propria parodia in ruolo "serio": se vent’anni fa "fare la velina" voleva dire partecipare a un programma comico, prendere in giro la tettomania e farsi beffe dei telegiornali ufficiali, oggi vuol dire diventare un sex-symbol e una star del video. La tivù ha trionfato sui propri parodisti, trasformandoli in truppe scelte. E’curioso che proprio Berlusconi, che della tivù è il padrone, consideri "denigratorio" l’attuale uso della parola, che è invece (dal suo punto di vista), altamente elogiativo: diventare velina vuol dire entrare dalla porta principale nel Paradiso del successo televisivo. Quanto alla velina originaria, quella che serviva a deridere il sessismo e il conformismo televisivo, è morta quasi sul nascere: la si lasci riposare in pace.

Torna alle altre news >>