In questo paese, e di questi tempi, il lutto per la morte di Vittorio Foa si fa più denso, e più sentito, per un merito che in altri luoghi, e in altri momenti, non sarebbe poi così memorabile. Il merito di essere rimasto un uomo di sinistra nel mezzo di un "rompete le righe" impressionante per quantità, e spesso rattristante per la qualità delle scelte. Decine e forse centinaia di intellettuali, giornalisti, politici nati e cresciuti nella sinistra hanno vissuto la sconfitta, la delusione, la confusione, come un insopportabile affronto alle proprie ambizioni personali. Molti di loro sono diventati organici alla destra di potere e oggi pontificano contro la loro stessa matrice culturale e umana, forse perché, della sinistra, hanno ereditato il peggio, e cioè la superbia intellettuale e una sorta di diritto naturale all’egemonia. Il vecchio Foa, gentile, intelligente, indipendente, non ne ha mai avvertito il bisogno, forse perché della sinistra incarnava, invece, il meglio: lo spirito critico, la fermezza ideale, e soprattutto l’abitudine a vivere e pensare in minoranza, come tocca - da secoli - a ogni autentica avanguardia. La sua serenità, la sua pacatezza, il suo sorriso esprimevano una visione delle cose di lungo respiro, non ribaltabile dal vento delle mode o dai rovesci contingenti. E anche se gli fosse venuto a mancare qualche argomento, qualche energia polemica, bastava lo stile del vecchio azionista a fargli reggere gli anni, e le sconfitte, con la dignità dei grandi spiriti.

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