Le parole del Papa sull’insignificanza del denaro, specie al cospetto della magnificenza di Dio, sono così importanti che non consentono ironie da quattro soldi (appunto). Anche chi non crede nel Dio dei cattolici e si accontenta di inchinarsi alla potenza della natura, può ben misurare la vanità transeunte dei beni mobili e immobili se rapportati al passo implacabile della morte. Polvere siete (siamo), eccetera. Il problema, però, è spalmabile (come si dice oggi) in maniera piuttosto equa tra tutte le comunità terrestri, inclusa quella che fa capo al vescovo di Roma. Senza voler scomodare l’annosa questione dell’otto per mille, la storia della Chiesa è fatta anche di solidissima e visibilissima imponenza finanziaria, e di quei simboli (non esattamente cheap o grunge) del potere temporale che proprio questo pontefice rivendica orgogliosamente. A nostra (breve) memoria, fu il solo papa Luciani, nel corso del suo purtroppo brevissimo magistero, a sostenere che la Chiesa doveva alleggerirsi quanto prima, e quanto possibile, dei suoi immensi beni materiali. E perfino nei più oleografici sceneggiati televisivi, l’arrivo di Francesco a Roma vestito di stracci, e osservato con comprensibile orrore da prìncipi della Chiesa addobbati ciascuno come un altar maggiore, è non per caso la scena madre: ci si commuove e ci si domanda quando e dove, il Papa e noi altri con lui, sapremo spogliarci come l’anima suggerirebbe, e il corpo neanche considera.

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