La porno-tax, spiega il legislatore, si applica "a ogni opera letteraria, teatrale o cinematografica in cui siano presenti atti sessuali espliciti e non simulati". Il criterio della simulazione (detassabile) è di qualche leggibilità se si tratta di teatro o cinema. Ma con le opere letterarie, come la mettiamo? Sono simulati oppure espliciti gli amplessi di lady Chatterley? E tutte quelle cosacce raccontate in Porci con le ali, tra minorenni poi? E Bukowski, e Henry Miller, e Peyrefitte, e Mishima? E le centinaia di migliaia di atti e gesti sessuali descritti dagli scrittori dell’intero pianeta? E se i personaggi letterari, esattamente come gli attori porno, se la spassano per davvero, è forse lo scrittore che simula la loro estasi, per sfuggire alla porno-tax? (E dunque Lawrence dovrebbe dirottare la Finanza su Lady Chatterley?) Oppure il solo vero titolare della simulazione è il lettore, che con la fantasia dà consistenza di carne ai personaggi, e dunque - se cattolico - dovrà renderne conto al confessore, ma giammai al finanziere?
Non se ne viene fuori. Dall’ultimo romanzetto sconcio da edicola di stazione ai capolavori dell’erotismo, la scrittura lascia tracce sessuali già difficili da decifrare per il censore, ma impossibili da classificare per lo Stato. E poi: anche al di fuori della sua riproducibilità tecnica, è noto che l’atto sessuale può essere esplicito oppure simulato anche in milioni di talami.

Torna alle altre news >>