Pertinenti e anche confortanti le osservazioni di Gianfranco Fini sui "pericoli di cesarismo" nel Pdl. Ogni volta che qualcuno, nel centrodestra, osa formulare un pensiero critico, anche tenue, anche occasionale, ci si rallegra e ci si meraviglia: è un evento raro, più o meno come trovare un porcino da un chilo nel prato di un giardino pubblico.
Le nostre uniche perplessità riguardano i tempi di elaborazione politica. Fini parla di "pericoli di cesarismo" di fronte a un partito nato per acclamazione; figlio di un altro partito anche lui nato e vissuto per acclamazione, la cui esistenza è stata scandita da non-congressi (come i non-compleanni di Bianconiglio) e da un solo quasi-congresso in quattordici anni di vita, che comunque non prevedeva mozioni né dibattito; nelle cui fila An - che fu un partito vero - è stata assorbita e zittita in cambio di una percentuale pagabile in poltrone, ma mai nominata, neppure una volta, nel discorso di re-insediamento del capo, che si è autoeletto, autoacclamato e autolodato come un padrone di casa prodigo con gli ospiti, a patto che non gli spostino i mobili. Se Fini ci ha messo quindici anni per accorgersi dei "pericoli di cesarismo", quanti anni ancora gli ci vorranno per accorgersi che il pericolo è già passato, nel senso che Cesare non solo è già ampiamente insediato, ma gli ha anche sottratto tutti i suoi legionari?

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