L'India non sta considerando una risposta militare contro il Pakistan, ha detto ieri il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee. Però chiede a Islamabad di collaborare: in particolare chiede formalmente di consegnare all'India 20 persone, tutti super-ricercati dalla giustizia indiana per terrorismo, ma tutti o quasi liberi cittadini in Pakistan.
La prima risposta indiana all'attacco che ha fatto 188 morti a Mumbai si mantiene dunque nell'ambito della diplomazia. Lunedì infatti il governo di New Delhi ha inoltrato una formale protesta al Pakistan: ritiene di avere indizi chiari per dire che gli attentatori venivano dal vicino paese, via mare. Molti di quegli indizi sono spiattellati in questi giorni sulla stampa indiana, sotto forma di indiscrezioni diffuse dagli investigatori; si tratta in particolare delle confessioni dell'unico attaccante arrestato (vivo) nelle fasi iniziali dell'attacco, il quale avrebbe descritto in grande dettaglio come l'operazione è stata preparata e portata a compimento. Riscontri di fatto, come le schede dei telefoni satellitari tolti agli attaccanti, confermerebbero. La pista è precisa, sostengono le autorità indiane: e porta alla Lashkar-e Taiba, gruppo armato con base in Pakistan, già responsabile in passato di altri attentati in India - il cui fondatore e capo è ora tra i super-ricercati richiesti dall'India.
Il ministro Mukherjee ieri ha dunque escluso per ora una risposta militare, ma dice che l'India ‟lascia aperte tutte le opzioni”. Cosa bisogna aspettarsi dunque? ‟Non credo che ci sarà nulla più di una forte azione diplomatica”, mi risponde Ajay Sanhi, il direttore dell'Institute for Conflict Managment di New Delhi, un istituto di ricerca sulla sicurezza e la soluzione dei conflitti in Asia meridionale. In queste ore circola ogni sorta di ipotesi: dalla mobilitazione dell'esercito lungo la frontiera, come era successo nel 2001 dopo un attentato al parlamento indiano attribuito alla Lashkar-e Taiba, fino al raid per bombardare i campi guerriglieri in territorio pakistano. ‟Non mi sembrano ipotesi realistiche”, ribatte Sanhi. ‟Sono convinto che l'attacco di Mumbai avrà conseguenze limitate. Certo, l'India si aspetta che la comunità internazionale faccia pressioni sul Pakistan. Ma anche queste avranno un'efficacia limitata. Il mondo sa già che molto di questo terrorismo origina dal Pakistan, non è una scoperta. Dopo le bombe contro l'ambasciata indiana a Kabul, New Delhi ha raccolto prove del coinvolgimento del Isi, il servizio di intelligence militare pakistano, eppure non è cambiato nulla. Più che bombardare la frontiera con l'Afghanistan, come stanno facendo le forze Usa, che fare? La pressione possibile sul Pakistan ha già raggiunto il limite”.
La ricostruzione dei fatti della settimana scorsa a Mumbai è ancora lacunosa, ma secondo Kalpana Sharma, giornalista dalla lunga esperienza, già capo della redazione del quotidiano The Hindu a Mumbai, c'è una lacuna ancor più grande. ‟Tendiamo a ignorare il significato dell'attacco alla Nariman House”, mi dice durante un sopralluogo a Colaba. ‟Neppure i bombaiti più anziani sapevano che là c'è un centro ebraico, io non lo sapevo. I vicini di casa sapevano che c'è una ‟sinagoga”, la chiamavano così, frequentata quasi solo da stranieri, americani e israeliani. Non aveva collegamenti con la piccola comunità ebraica di mumbaita, che ha una sua sinagoga altrove in città e non è mai stata presa di mira da nessuno”. Secondo Sharma, ‟la scelta di attaccare la Nariman House suggerisce un'agenda che va ben oltre la questione indo-pakistana, la contesa sul Kashmir o la rappresaglia per le discriminazioni subite dai musulmani indiani. Concentrare l'attenzione sul Pakistan rischia di farci perdere il punto: l'India è entrata tra gli alleati strategici degli Stati uniti, e per questo è presa di mira”. L'accordo di cooperazione nucleare indo-americano infatti porta a compimento una svolta storica della politica estera dell'India, il paese non allineato che si batteva per il disarmi nucleare e riconosceva l'Olp e oggi invece si trova saldamente nel campo Usa (senza contare che la sua presenza in Afghanistan inquieta oltremodo i vicini pakistani). ‟ Con questo attacco hanno voluto colpire l'alleato americano, scegliendo in particolare l'élite ricca e globalizzata dell'India”.
Questo certo non toglie che l'attacco possa essere stato condotto da uomini provenienti dal Pakistan (anche se Kalpana Sharma invita allo scetticismo: le notizie fatte filtrare dagli investigatori non hanno conferme indipendenti). Ajay Sanhi non ha dubbi a questo proposito. E non crede che in Pakistan si possa davvero distinguere tra governo, servizi di intelligence, o i cosiddetti ‟attori non statali” - i gruppi islamismi armati. ‟Se è vero che qui è coinvolta la Lashkar-e Taiba allora stiamo parlando proprio dello stato pakistano. Sì, perché sotto la facciata della sua organizzazione caritatevole Jaamat ud Dawa, la Lashkar e Taiba continua a essere sostenuta dal governo di Islamabad, che l'ha usata in molti modi - per esempio per organizzare i soccorsi dopo il terremoto, nel 2005. E' uno dei gruppo legati al Isi, e non potrebbe montare un'operazione simile senza che i servizi ne siano coinvolti. E nell'Isi non ci sono 'elementi deviati' o cellule impazzite, è un'istituzione ben controllata dai militari”.
I media indiani intanto sottolineano i ‟buchi” dell'intelligence: da giorni scrivono che c'erano stati allerta su possibili infiltrazioni via mare, e su attacchi agli hotel di Mumbai. Ieri l'agenzia Ap ha riferito che l'intelligence Usa aveva informato l'India di una possibile minaccia a Mumbai. I servizi indiani confermano. Pare che la Raw (il controspionaggio militare indiano) avesse mandato un allerta specifico il 18 novembre, pochi giorni prima dell'attacco. Ora, tutto questo porta molti qui a dire che le agenzie di sicurezza e il governo hanno ‟fallito”. Secondo Sanhi però le cose sono diverse. ‟Più che di un fallimento di intelligence, parlerei di una mancata capacità di risposta complessiva. Le informazioni c'erano, è vero, allarmi erano arrivati agli organi di sicurezza dello stato. Il problema è come leggerle: dopo che un fatto è successo sembra tutto molto chiaro. La via marittima? Ma ci sono decine di informazioni ogni giorno, 7.500 chilometri di costa, migliaia di pescherecci, e appena un centinaio di imbarcazioni operative della guardia costiera. C'è un problema di risorse, sia umane, sia mezzi, tecnologie”. Il primo ministro Manmohan Singh ha annunciato la creazione di una nuova agenzie federale antiterrorismo, ma, sottolinea Sanhi, rischia di essere una moltiplicazione inutile: ‟Le agenzie esistenti, dal Central Bureau of Investigation all'antinarcotici alla Guardia costiera, sono sotto-equipaggiate, hanno bisogno di più persone e mezzi. Dove troveranno il personale per un'altra agenzia?”.
Su una cosa Sanhi è certo: parlare di ‟11 settembre indiano” è una sciocchezza. ‟Non ha senso. Non c'è paragone. L'impatto dell'11/9/2001 è sentito ancor oggi nel mondo intero, l'attacco a Mumbai sarà dimenticato presto.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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