Se non fosse per i lastroni di cemento che proteggono con un muro alto tre metri le sedi del governo, dei partiti e dei grandi alberghi, come a Baghdad, non sembrerebbe proprio di trovarsi in Iraq. Siamo a Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, grande come la Svizzera e con poco meno di 4 milioni di abitanti. Per rafforzare la distinzione e per rendere le muraglie di cemento meno opprimenti, il governo kurdo le ha fatte dipingere, dietro compenso. Così ora il cemento non è più grigio ma colorato, illustrato da scene di vita quotidiana, ambienti bucolici, fiori e opere di fantasia. Ma i controlli cui ci si deve sottoporre per assistere a una cerimonia dove sono presenti le massime autorità o per andare all'aeroporto, dove arrivano voli diretti dall'Europa senza passare per Baghdad, dimostrano i timori che anche qui si vivono di attacchi terroristici, nonostante tutti sostengano che la sicurezza non è un problema in Kurdistan.
Effettivamente la vita scorre normale, senza restrizioni, gli attentati contro sedi di partito che hanno fatto numerose vittime anni fa sono solo un ricordo. E comunque i kurdi minimizzano tutti i caratteri comuni con il resto dell'Iraq. E sono fieri del loro sviluppo: tutt'intorno fervono i lavori, all'orizzonte si vedono solo gru che stanno innalzando palazzi, nuovi alberghi e grandi magazzini. ‟Sono tutte proprietà del primo ministro e della famiglia Barzani che insieme a quella di Talabani controlla il potere”, sostiene un giovane rientrato in Iraq dopo anni di esilio in Gran Bretagna, forse più per dimostrare la sua sfiducia verso i governanti kurdi che per convinzione. Certo anche qui la corruzione non manca e non c'è dubbio che i governanti si sono tremendamente arricchiti da quando governano la regione autonoma. Lo sfoggio di un'architettura moderna che vuole molti edifici costruiti quasi tutti di vetro contribuisce a comunicare il senso di sicurezza.
I grandi magazzini fanno concorrenza al vecchio bazar tutti affollati di gente. La modernità contro la tradizione sembra essere la sfida del Kurdistan, che tuttavia fa del nazionalismo la propria bandiera. Sugli edifici governativi e in ogni luogo sventolano solo bandiere kurde (rosso, bianco e verde con un sole al centro), non se ne vede nemmeno una irachena. La modernità passa anche attraverso la globalizzazione che per ora si vede soprattutto nelle comunicazioni, più cellulari che telefoni fissi e collegamenti internet facilitati, in tutti i grandi alberghi vi è un collegamento wireless. I grandi alberghi mettono in evidenza che garantiscono l'elettricità 24 ore su 24, perché invece l'erogazione pubblica è garantita solo 6 ore al giorno. In questo non siamo così lontani da Baghdad.
Senza parlare di molti villaggi dove l'elettricità non è mai arrivata. Si supplisce in parte con i generatori, che costano di più e non tutti sono in grado di sostenerlo. Ci sono progetti per normalizzare l'erogazione ma ci vorranno dai 3 ai 5 anni. Del resto gli investimenti del Krg (Governo regionale kurdo) nelle infrastrutture sono scarsi e si concentrano in gran parte sulle strade. Il budget del governo per il 75 per cento è riservato al pagamento degli stipendi dei dipendenti del settore pubblico, più la polizia e i peshmerga. Il governo è soprattutto un datore di lavoro, quasi l'unico visto che le industrie non esistono e il settore privato è ancora limitato, in questo modo si permette la sopravvivenza di molte famiglie. Naturalmente il salario per chi lavora nel settore pubblico è più basso che nelle aziende private e soprattutto in quelle straniere, nelle agenzie dell'Onu e anche nelle ong internazionali.
La ricchezza viene esibita soprattutto nelle auto di lusso e negli edifici in costruzione. Ma da dove viene tanta ricchezza? Ufficialmente il budget regionale dovrebbe essere costituito per oltre il 90 per cento da quel 17 per cento delle entrate petrolifere irachene che spettano al Kurdistan. Ma intanto lo sfruttamento dei nuovi giacimenti di petrolio trovati in Kurdistan rappresentano un motivo di forte scontro con Baghdad. Il governo kurdo ha stipulato contratti con compagnie straniere approfittando della mancanza di una legge sul petrolio, una bozza, contestata, infatti giace da oltre un anno in parlamento. Anche se il maggior scontro tra Erbil e Baghdad riguarda lo status della città di Kirkuk, arabizzata da Saddam e kurdizzata dopo la sua caduta, che galleggia sul petrolio.
Oltre al petrolio, la collocazione geografica del Kurdistan permette la riscossione dei dazi doganali alla frontiera con la Turchia, dove i traffici commerciali sono più consistenti, e con l'Iran, cresciuti negli ultimi tempi. Oltre al passaggio legale ci sarebbe anche molto contrabbando, al quale si aggiunge il traffico della droga proveniente dall'Afghanistan.
Il governo ha anche favorito il rientro dei capitali dei kurdi che si trovavano dall'estero e che avevano cominciato a investire qui dal 1991, garantiti dalla forte autonomia che aveva conquistato il Kurdistan dopo la prima guerra del Golfo, e che sono aumentati dopo la caduta di Saddam. Il governo iracheno conta però anche sugli investimenti stranieri soprattutto per le prospezioni e lo sfruttamento dei nuovi giacimenti di petrolio e del gas. Ma per ora ad investire sono prevalentemente i paesi arabi del Golfo. A ostacolare investimenti degli occidentali, presenti numerosi alle conferenze organizzate dal governo, è soprattutto l'inesistenza di un vero sistema bancario. In Kurdistan esistono numerose banche che si limitano però a conservare denaro, non fanno crediti e non hanno la possibilità di trasferire fondi a livello internazionale, non cambiano nemmeno monete straniere, per farlo occorre andare dai cambiavalute che affollano il bazar e che fanno un cambio molto più conveniente rispetto agli alberghi, non sono in uso nemmeno le carte di credito, quindi un investitore dovrebbe arrivare con la valigia piena di soldi. E poi non ci sono assicurazioni, una condizione essenziale per gli investimenti in luoghi a rischio per imprese occidentali. Per ora in Kurdistan regna la calma ma è sempre parte dell'Iraq il cui futuro è estremamente incerto.
Comunque l'arrivo di rappresentanti di compagnie che si vogliono guadagnare una pole position in vista di futuri affari ha fatto salire i prezzi alle stelle, soprattutto nei grandi alberghi che hanno una limitata capacità di ospitalità. Finché non saranno finiti tutti quelli in costruzione - enormi come l'Empire building - e non sarà in grado di garantire l'accoglienza, il Kurdistan dovrà rinunciare probabilmente all'idea di rilanciare anche il turismo. I due aeroporti, di Erbil e Suleimaniya stanno invece funzionando, anche se non hanno ancora raggiunto gli standard internazionali, i collegamenti sono garantiti, non occorre nemmeno il visto per entrare in Kurdistan se si resta solo 10 giorni.
Ma i ricchi, e lo sono veramente, sono pochi, le briciole vanno alla povera gente. Soprattutto nei villaggi le condizioni di vita sono veramente difficili, mancano scuole e ospedali. Per mantenere l'appoggio il governo punta sul sogno nazionalista, anche se nessuno sulla possibilità di un Kurdistan indipendente. ‟Il nostro paese è illegale, così come la nostra bandiera”, si lamentano alcuni. Per il resto, i kurdi che incontriamo al bazar sembrano soddisfatti dell'autonomia e del governo, finché non si entra nei particolari: la corruzione, lo strapotere di alcune famiglie, i problemi quotidiani. Qualcuno preferisce non parlare, non si sente libero di criticare il governo. A tacere sono soprattutto le donne: se rivolgi una domanda a una signora accompagnata risponde il maschio, se sola non risponde. ‟Alle donne viene detto di non parlare con un estraneo, quando escono di casa”, mi spiega un amico. Nei ristoranti i maschi, la stragrande maggioranza, sono ancora separati dalle famiglie e dalle donne sole. Anche in questo caso all'emancipazione di molte giovani si contrappone un numero ancora maggiore di donne succube della tradizione e della violenza.
In Kurdistan si sta costruendo uno stato dentro lo stato, anche se le autorità negano che si stia inevitabilmente andando verso una divisione dell'Iraq.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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