L'ultima visita del presidente statunitense George W. Bush a Baghdad sarà ricordata più per la scarpa schivata che per l'accordo militare bilaterale (Sofa) firmato con gli iracheni. Il lancio di scarpe contro Bush ha ben rappresentato il sentimento di molti iracheni verso gli occupanti americani, tanto è vero che ieri in Iraq molti manifestanti (sostenitori di Muqtada) sono scesi in piazza per chiedere la liberazione del loro nuovo «eroe», Muntader al Zaidi, corrispondente della tv irachena indipendente, al Baghdadia, con sede al Cairo.
L'ultimo show mediatico di Bush è stato così surclassato dal reality show di Muntader, che ora si trova rinchiuso in carcere e rischia di finire (per la terza volta) nelle mani di aguzzini Usa che non hanno certo a cuore la tanto declamata democrazia che avrebbe portato gli americani in Iraq.
George Bush dal canto suo, dopo aver ammesso, a Washington, gli errori commessi invadendo l'Iraq, arrivato a Baghdad invece rivendica la validità della sua azione. Forse perché non ha messo piede fuori dalla Zona verde. Altrimenti avrebbe potuto toccare con mano il fallimento della missione americana, quella che viene rappresentata anche da un rapporto del governo americano non ancora reso pubblico ma anticipato domenica dal New York Times.
E alla luce di questi fatti si può meglio capire la rabbia degli iracheni che si sono identificati con il giornalista Muntader: dopo quasi sei anni dall'inizio della guerra e l'investimento di 117 miliardi di dollari la ricostruzione in Iraq non è ancora iniziata. Il rapporto dal titolo «Una dura lezione: l'esperienza della ricostruzione in Iraq», compilato dall'ufficio dell'ispettore generale speciale per la ricostruzione in Iraq, mette in evidenza la mancanza di pianificazione e quella di un'azione diplomatica, di sviluppo e militare coordinata da parte degli Stati uniti.
Certo, i danni maggiori provocati dalla guerra sono stati in parte riparati (ma manca ancora l'elettricità per molte ore al giorno, l'acqua potabile, i servizi sanitari, etc.), ma non sono state ricostruite le infrastrutture del paese in modo da permettere una ripresa economica. Lo stesso settore petrolifero è bloccato da impianti obsoleti e mancanza di investimenti finché non sarà varata la legge sul petrolio che dovrebbe permettere la privatizzazione del settore. La legge giace in parlamento da mesi per le forti opposizioni alla svendita della principale risorsa del paese.
Sono tutte questioni che si troverà ad affrontare la nuova amministrazione americana, ovvero il neoeletto presidente Barack Obama, che si era anche opposto alla firma del Sofa (Status of forces agreements) senza una discussione al congresso. Ma Bush ha voluto accelerare i tempi (il mandato Onu per la presenza delle truppe straniere in Iraq scade a fine dicembre) ed evitare una discussione del testo, che potrebbe presentare delle sorprese, pare che vi siano problemi di interpretazione tra le due versioni, quella inglese e quella araba.
Per di più l'accordo bilaterale tra Usa e Iraq è stato siglato da un presidente in scadenza e dal premier di un paese che non gode della propria sovranità. Un trattato che potrebbe essere facilmente rimesso in discussione.
Ma se Obama manterrà i suoi impegni di ritiro - entro 16 mesi - bypasserà anche il Sofa, e se resta ancora un'ambiguità sull'impunità dei militari Usa in Iraq (una commissione mista Usa-irachena deciderà se affidarli alla giustizia irachena per reati commessi fuori dalle basi), un primo fatto positivo si è registrato negli Usa con l'incriminazione, la settimana scorsa, dei contractors della Blackwater (impegnati anche come body guards dell'ambasciatore Negroponte quando era a Baghdad) per l'uccisione di 17 civili a Baghdad.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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