‟Demagogo”, ‟insolente”, uno che specula ‟sulla pelle dei lavoratori morti”. Si tratta di alcune delle misurate dichiarazioni che il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero riserva al direttore di Liberazione Piero Sansonetti, accusato di dare più spazio alla minoranza di Niki Vendola. La polemica (che Sansonetti, signorilmente, non alimenta) riguarda la minoranza di una minoranza di una minoranza. E cioè una parte (Rifondazione) di una parte minoritaria (la sinistra) della minoranza del Paese (il centrosinistra). Si supporrebbe che la condizione di trascurabile e accerchiata ridotta porti gli assediati almeno a solidarizzare tra loro. Così non è. Riserve indiane, nemmeno rappresentate in Parlamento, dalle quali ci si aspetterebbe il lusso della riflessione, e magari qualche presagio di futura riscossa, appaiono un luogo ulcerato dai rancori personali. Minuscole leadership vengono contese come l’ultima razione d’acqua o di pane. E un foglio coraggioso e squattrinato come Liberazione diventa la bandierina da strapparsi di mano per sventolarla in faccia al nemico interno. Funzionasse, almeno, la vecchia e salubre ipocrisia comunista, che copriva qualunque soperchieria con la patina degli "interessi superiori del partito". I comunisti non sono più quelli di una volta.

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