Il fiume più inquinato del mondo è con ogni probabilità a Java, la più popolata (anche se non la più grande) isola dell'Indonesia. Il Citarum scorre verso nord nella parte occidentale di Java, scende dalle colline centrali con le loro risaie a terrazze e lambisce la ‟grande Jakarta”, l'immensa area metropolitana della capitale con i suoi 14 milioni di abitanti, prima di sfociare nell'oceano. E' un fiume che si odora molto prima di vederlo, nel senso che emana miasmi e fetori terribili, in particolare nel tratto in pianura. Non è un fiume molto grande, ma è importante: irriga terre agricole che forniscono il 5 percento del riso indonesiano, alimenta oltre 2.000 fabbriche di sobborghi industriali come Bekasi (che fanno un quinto della produzione industriale del paese), e fornisce l'80 percento dell'acqua per i consumi domestici di Jakarta, secondo dati della Banca asiatica di sviluppo. Per gli abitanti di città e villaggi lungo il fiume, dalle zone rurali all'urbanissima Bekasi, il fiume è il luogo dove si lavano panni, stoviglie, bambini. E però è anche trattato come una sorta di discarica mobile, in cui confluiscono gli scarichi delle azienda agricole, con residui azotati dei fertilizzanti e di pesticidi, poi i reflui industriali pieni di ogni sorta di sostanze chimiche tossiche, a cui si aggiungano gli scarichi umani e la spazzatura solida. E' così che il Citarum si è ridotto a un corso di acque fetide e velenose, in molti punti coperto di spazzatura, in cui ben poco sopravvive: nella sua parte finale, dove una volta interi villaggi vivevano di pesca, ora molti vanno a pesca nella discarica, per raccogliere pezzi di plastica o metalli da rivendere.
Tutto questo è il risultato di vent'anni di industrializzazione e di crescita urbana rapida e senza alcuna regolamentazione ambientale, come denunciano da tempo gruppi ambientalisti e attivisti sociali indonesiani. Così, sembrerebbe una buona notizia che la Banca Asiatica di sviluppo abbia deciso di concedere al governo di Jakarta 500 milioni di dollari di crediti per un progetto a lungo termine di recupero e bonifica del fiume Citarum - dagli interventi di riforestazione nella parte alta del bacino, in modo da fermare l'erosione e le frane che spesso causano disastri, alla ripulitura del fiume (i rifiuti che ostruiscono i drenaggi spesso concorrono a creare allagamenti), alla costruzione di impianti di trattamento dei reflui e la bonifica del West Tarum Canal, che collega il fiume a Jakarta. Ora però questo progetto (ne riferiva il New York Times il 14 dicembre) sta sollevando nuovi timori e denunce da parte di gruppi della società civile organizzata. Il punto, dicono, è come garantire che quei soldi siano spesi per migliorare davvero l'ambiente e la vita delle persone che dipendono dal fiume - e non siano un'altra fonte di tangenti e commesse assegnate in modo corrotto. La corruzione è così diffusa in Indonesia che il rischio è più che reale. Gli attivisti locali inoltre temono che il piano sia rivolto soprattutto alla popolazione di Jakarta, cioè a risanare la sezione urbana del fiume, dimenticando la popolazione rurale: in effetti la prima tranche di investimenti andrà nel risanamento del canale di collegamento con la capitale e in qualche nuovo depuratore urbano. La Banca Asiatica di sviluppo è chiamata in causa, e propone che si forni un «consiglio delle acque» del Citarum, in cui siano rappresentati alla pari l'amministrazione pubblica, le comunità, ong e gruppi di cittadini. Certo il fiume Citarum potrebbe fornire un buon test di come si riporta in vita un corso d'acqua ormai defunto.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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