Rileggendo "Tirar mattina" di Umberto Simonetta (uno dei romanzi migliori sul dopoguerra italiano: ma non sono un critico, dunque non datemi retta più di tanto) colpisce il paesaggio sociale e umano della Milano d’epoca, che nessuna nostalgia può addolcire. Prostituzione e vita agra, il ciondolare senza sbocchi dei ragazzi, e molte di quelle "piaghe sociali" che oggi hanno un nome più spendibile nei convegni (precariato, emarginazione, bullismo, crisi dei valori eccetera) e allora erano solamente l’usuale condizione di buona parte del popolo (serve rileggere anche Giovanni Testori). C’era anche, bello tosto, il razzismo, con la parte degli immigrati incarnata dai "terroni", nei confronti dei quali il protagonista Aldo esprime pensieri da ronda leghista, cinquant’anni in anticipo. La domanda dunque, chiuso il libro, è se lo sguardo angosciato che oggi rivolgiamo al mondo - come se mai così grave sia stata la sua malattia cronica - non sia esagerato. Come se avessimo dimenticato un passato non più felice del presente, e non fossimo più preparati alla durezza e dell’indecenza di tante vite e forse della vita stessa, oggi imbozzolata e nascosta nell’osceno involucro dell’ottimismo pubblicitario. Che ci rende impreparati al dolore e al rischio, inermi di fronte alla realtà.

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