Bastava leggere i quotidiani di ieri per avere l’idea di un paese strappato in due. Poche le voci di mediazione, che denunciano le "apodittiche certezze di due partiti contrapposti" (Angelo Panebianco). Ma a dispetto della sua buona volontà, mai come in questo caso il terzismo rischia il tartufismo, e peggio la menzogna. Non è assolutamente vero, infatti, che le due posizioni in campo a partire dal caso Englaro (ma non solo da quello) siano ugualmente intolleranti. Le separa una differenza basilare, e macroscopica: l’una tende ad affidare le scelte etiche alla responsabilità degli individui, lasciando dunque libero ciascuno di divorziare oppure no, abortire oppure no, interrompere l’agonia oppure no. L’altra antepone la morale cattolica, nella sua accezione più ristretta, alla libertà personale di scegliersi, per quanto possibile, un indirizzo esistenziale e un destino biologico: e dunque tende a vietare anche agli altri ciò che considera ingiusto per se stesso. Nessuno, da questa parte del campo, pretende di imporre le proprie aspirazioni (e tanto meno i propri errori) agli altri. Nel fronte contrapposto, invece, non si tollera che alcuno voglia sfuggire alla stretta, anche legale, di una morale di parte che vuole farsi Stato, e se lo Stato non lo consente, e ingombra, cerca di screditarne il ruolo di garante, come è appena è accaduto. No, il relativismo non è uguale all’assolutismo. Né ci sono, questa volta, "opposti estremismi" che possano servire da alibi.

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