Se un giornale intervista qualcuno che, con parole sue, esprime opinioni diverse dalle vostre (cosa che a ciascuno di noi capita più volte al giorno), ovviamente considerate la cosa come una delle tante, normali manifestazioni della libertà di pensiero e di espressione. Non così la Conferenza episcopale piemontese, che ha ritenuto, con una nota ufficiale, di esprimere rincrescimento e stupore perché La Stampa ha osato pubblicare un’intervista al teologo Hans Kung, non concorde con il Papa.
L’episodio è stupefacente (un quotidiano, ovviamente, non è tenuto a chiedere ai vescovi l’autorizzazione di intervistare chicchessia), ma è anche allarmante. Non perché aggiunga più di tanto al neo-autoritarismo culturale e politico delle gerarchie ecclesiali, fenomeno oramai assodato. Ma perché il rimbrotto dei vescovi alla Stampa è così goffo, così indifendibile, così maldestramente censorio, da chiedersi se esista ancora una logica, e persino un senno, nell’atteggiamento di molti vescovi iper-papisti. La Chiesa ha una sua saggezza compromissoria, una sua morbidezza ecumenica che le ha permesso, nell’evo recente, di sopportare e soprattutto di farsi sopportare. Questa assurda durezza, questa severità persino maleducata, da dove diavolo vengono? Dove è finita la buona vecchia ipocrisia cattolica?

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