lvo Diamanti definisce gli elettori di sinistra delusi "esuli in patria". Mi chiedo se il neosegretario del Pd Franceschini, nonché i litigiosi leaderini della fu sinistra "arcobaleno", l’abbiano valutata in tutta la sua poetica gravità. Dice, quella definizione, che è in atto (in misura ancora non valutabile) un Aventino non delle classi dirigenti, ma del popolo. Italiani in genere socievoli e civili, non estremisti, che vivono una sorta di amarissime dimissioni dalla politica rappresentativa, quella delle elezioni, del solenne rito democratico del voto, del Parlamento, delle istituzioni. In Abruzzo e in Sardegna hanno già lasciato il segno.
Recuperarli del tutto o in parte è possibile? Di certo, questo dovrebbe essere il primo scrupolo dei politici di professione. Ma parlare agli "esuli in patria" comporta la fatica di rinunciare a parlare di se stessi, dei giochi di partito, delle beghe di corridoio. L’esercito dei media, i manipoli di telecamere e taccuini, sono sintonizzati (da anni) soprattutto sul gioco partitico, sul penoso parolificio delle dichiarazioni stizzose, dei comunicati pedanti. Anche per il più intelligente e autocritico dei politici, è un’impresa disperata uscire da quel gioco degli specchi. Ci vorrebbe una genialità francescana, uno scarto anti-sistema (mediatico) per dare l’idea che si ha voglia di parlare d’altro, e dunque di parlare nuovamente alle persone.

Torna alle altre news >>