Presentando la sua idea di deregulation del settore edilizio, in pratica una specie di privatizzazione delle licenze (basterà autocertificare gli aumenti di cubatura), Berlusconi, beato lui, parla di "una vera rivoluzione".
Vedasi come "rivoluzione" sia un concetto molto relativo. Il fai da te è stato il protagonista incontrastato dell’orrore edilizio italiano. Lo sfascio dei litorali, il caos estetico, l’abusivismo di massa, le seconde e terze case vuote per undici mesi all’anno, la speculazione privata a scapito di quel bene pubblico primario che è, specialmente in Italia, il paesaggio, sono stati gli ingredienti dello sviluppo italiano ("sviluppo senza progresso", disse lucidamente Pasolini) dal dopoguerra fino al boom e oltre. Se c’è un aspetto risaputo del malcostume nazionale, dalle "mani sulla città" al misero arrabattarsi delle casette abusive, è perfettamente descritto dal nostro rapporto ingordo e malato con il mattone. Si capisce che Berlusconi, che nasce costruttore, si ecciti al profumo della malta e alla vista delle gru. Per lui è il richiamo della foresta. Ma che cosa ci sia di "rivoluzionario" nel minacciato ritorno all’edilizia sregolata e praticona dei nostri padri e nonni, questo ci sfugge. Non siamo abbastanza vecchi per rimpiangere, come il premier, un’Italia così arretrata.

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