Il ministro Brunetta non lo sa e nemmeno lo sospetta, ma il politicamente scorretto, che lui utilizza oramai serialmente, è un linguaggio molto più conformista e stucchevole del suo contrario, il politicamente corretto. Per almeno due ragioni: perché è un linguaggio di governo, molto usato dai politici di governo e dai giornali di governo, e dunque è un linguaggio di potere. E poi perché è un linguaggio vecchio, risaputissimo, masticato nei decenni e nei secoli (con gli ovvii aggiornamenti) dal popolo che, spiegabilmente, non ha tempo per sottilizzare, e dunque trova più comoda e più espressiva la scorciatoia dell’epiteto, del termine gergale, dell’insulto colorito.
Le classi dirigenti, che per definizione hanno (avrebbero) compiti di mediazione da un lato, di innalzamento del livello culturale ed etico dall’altro, si sono sempre sforzate di produrre linguaggio. Con esiti più o meno felici. Ora, invece, una parte consistente del personale di potere (politico e mediatico) trova comodo e perfino spiritoso sparare le stesse cazzate (fannulloni, guerriglieri) che, dette al bar, nessuno può biasimare, perché il contesto assolve il testo; ma dette in Parlamento, o in un titolo a nove colonne, producono il penoso effetto di una classe dirigente sciatta e vanitosa, che non si sforza, non studia e si bea di quell’effetto "pane al pane vino al vino" che vale l’applauso della taverna, non certo la qualifica di novità.

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