Uno dei peggiori vizi della politica è il "tanto peggio tanto meglio". Che consiste nell’augurarsi il peggiore avversario possibile nell’illusione di dare più lustro alla propria invocata superiorità. La sinistra ne è gravemente afflitta; più confusa e mediocre è la propria identità, più ci si nasconde dietro ai vizi altrui: che, a dire il vero, attorno a Berlusconi abbondano.
In questi giorni il centrodestra appare improvvisamente un po’ meno peggio, non si sa se per una contingenza fortuita o per più profonde e interessanti ragioni. In campo etico dimostra di essere meno ottusamente compatto, e strumentalmente baciapile, di quanto si potesse temere. E in tema di diritti mostra notevoli crepe quando si tratti di delegare in tutto e per tutto alla rudezza leghista le politiche di sicurezza. Come se qualche grano di "liberalismo" effettivamente stesse ancora vegetando. Adesso la prova, per l’opposizione, è più ardua, perché ogni scelta di trattativa è in gran sospetto di inciucio, e insomma i compromessi, si sa, compromettono. Ma è anche più interessante, più mobile, più aperta. Avere di fronte un "regime" costringe al puro arroccamento. Avere di fronte un governo che si divide e litiga costringe a scegliere, proporre, incalzare. Meglio sbagliare da vivi o meglio avere ragione da morti?

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