Fa una certa impressione sentire il presidente degli Stati Uniti, nazione guida del capitalismo mondiale, dire che "i lavoratori non hanno colpe", e che ogni responsabilità della crisi ricade sulle scelte sbagliate dei manager. Dice una cosa di sinistra e la dice chiara. Solleva altre e ben più titubanti leadership europee dal loro balbettio: qui da noi solamente i sindacati, e non tutti, si permettono ancora di far notare che la colpa - mi scuso per la ruvida sintesi - è dei padroni. Non di chi ne ha subìto le scelte ed è stata massa di manovra sulla quale scaricare, appena possibile, il prezzo della recessione.
Nella ricca letteratura post-ideologica già fioriscono, qui da noi, dotte analisi giustificazioniste. Manager bancarottieri si vedono attribuire l’attenuante del capro espiatorio. Il nostro governo cavalca l’ipotesi, davvero azzardata, che la zavorra sociale sia da cercare tra i lavoratori pubblici, e che sia l’eccesso di garanzie dei salariati a tarpare le ali dello sviluppo. Obama, con il pragmatismo di quella cultura politica, si limita a prendere atto che la lotta di classe esiste, e chi ha guadagnato miliardi sulla rovina degli altri non merita lacrime di coccodrillo. Qui da noi le sue parole bastano e avanzano per definirlo, oltre che abbronzato, anche comunista.

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