Nel 2009, a Londra, l’establishment mondiale dice cose parzialmente simili a quelle che dissero dieci anni a Seattle i no-global. Lo fa notare uno dei leader di quel movimento, l’economista inglese Noreena Hertz, aggiungendo che le fa un certo effetto questa identità di vedute tra gli "estremisti" di allora e il potere di oggi. Evidentemente, per essere ripetute in giacca e cravatta con dieci anni di ritardo, le cose giuste devono essere state anticipate in scarpe da tennis e maglioni sdruciti dieci anni prima.
Con il senno di poi, possiamo chiederci come è possibile che ci sia voluto un decennio intero, una crisi spaventosa, la rovina di milioni di risparmiatori, il licenziamento di milioni di lavoratori, per tornare a Seattle, e tornarci a bordo di una flottiglia di limousine. Una delle tante risposte possibili è questa: c’era un luogo istituzionalmente preposto a trasformare quelle parole "estremiste" in una politica possibile, e quel luogo era la sinistra mondiale. Quello era il laboratorio nel quale il germe della critica (una critica poi rivelatasi giusta) doveva mettere radici e diventare cultura di massa. Non è accaduto, e questa omissione ricade su chi ha trovato facile e comodo bollare di "utopia", o di radicalismo velleitario ciò che si è poi rivelato uno sguardo anticipatore. La sinistra non ha fatto il suo lavoro, e anche questa è una delle cause della crisi mondiale.

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