Parecchi anni fa, un presidente degli Stati Uniti che dichiara pubblicamente di puntare al disarmo nucleare avrebbe occupato le prime pagine dei giornali per molti giorni. Oggi la notizia veleggia con qualche difficoltà nelle pagine interne dei quotidiani, e non di tutti. E’ anche questo un segno – macroscopico – della scomparsa del futuro, cioè della pesante caduta di prospettive, di aspettative, di speranze. Tutto è schiacciato nel presente, al punto che perfino uno storico ribaltamento della politica americana (da Bush a Obama, cioè dalla guerra come prassi alla guerra come terribile problema) rischia di passare in second’ordine. Ai tempi (duri) dei due blocchi, della crisi di Cuba, della minaccia nucleare come grande questione dell’umanità, il futuro era evidentemente ancora un luogo mentale praticato: se si pensava con angoscia all’olocausto atomico, e con vigorosa speranza al disarmo, era perché si viveva proiettati nel domani, e l’idea stessa che il domani potesse essere messo in forse dagli arsenali atomici sembrava mostruosa, e inaccettabile. Oggi l’uomo della Casa Bianca dice di sognare un mondo senza armi nucleari, e quasi nessuno coglie l’enorme novità. Siamo troppo depressi per riaccendere il futuro, forse anche troppo stupidi per pretenderlo. Tornare di buon umore e tornare intelligenti, non sarebbe quasi la stessa cosa?

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