"Basta terremoto!", esclama con incauta sincerità uno dei minori con me conviventi, entrando in casa e vedendo l’ennesimo telegiornale che ritrasmette le ennesime immagini di lacrime e macerie. Al mio rimprovero reagisce spiegando che non è affatto indifferente. Ma rischia di diventarlo per colpa di un’overdose di "news" che non aggiunge niente, e diventa rumore di fondo. Proprio mentre me lo spiega (con parole più colorite del sunto che ne ho fatto), sul video passa una scritta cubitale: "ultima ora. In arrivo nuovi soccorsi". Diciamo la verità: non è esattamente un’ultima ora. Nuovi soccorsi arrivano e arriveranno di continuo. E’ la necessità di far balenare lo strillo "ultima ora" a trasformare in "ultima ora" anche il faticoso tran-tran quotidiano del dopo catastrofe. E’ il terremoto che diventa palinsesto, l’emergenza che diventa format.
Vorrei spiegare al minore riottoso quanto è difficile e ambiguo fare informazione. Sentire il dovere di dare tutte le notizie utili, la voglia di sentirsi comunità, ma poi cadere nel vizio pernicioso di sfruttare allo stremo la sofferenza degli uomini, farne spettacolo e farne merce. Allungando il brodo del dolore fino a renderlo insipido. Vorrei spiegarglielo, ma non so da che parte cominciare. In genere le cose che non riesco a spiegare ai minori con me conviventi sono le stesse che non riesco a spiegare a me stesso.

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