La detenzione della giovane reporter Roxana Saberi nel carcere di Teheran con l’accusa di "spionaggio" è il classico autogol di un regime troppo sicuro di sé. Sull’onda della vicenda di Roxana emerge la truce verità: i detenuti politici, in Iran, sono decine di migliaia, quasi tutti ragazzi, studenti, adolescenti che non vogliono vivere sotto la cappa del fanatismo religioso. I giornali intervistano rifugiati politici e esuli, emergono torture fisiche e psicologiche da giunta cilena o argentina, emerge la ferocia classica delle dittature aggravata, se possibile, dallo scontro frontale tra l’arcaismo ottuso della teocrazia e gli istinti tipici della modernità: vestirsi come si vuole, pensare quello che si preferisce, vivere come ciascuno ritiene giusto.
Sorprende (non favorevolmente) pensare che il mondo democratico, negli ultimi anni, ha speso la totalità delle sue pressioni politiche su Teheran per la questione del nucleare, quasi omettendo di battersi contro l’oppressione delle persone fisiche, la persecuzione metodica di molte migliaia di giovani persiani. Il nucleare è certamente un problema delicatissimo, ma appartiene al campo della lotta di potere tra gli Stati. La tortura, il carcere, la censura, mietono vittime adesso, stroncano vite adesso. Speriamo che il nome di Roxana Saberi rimanga nei titoli di giornale almeno quanto l’uranio arricchito.

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