Adesso anche l’"Avvenire", voce dei vescovi italiani, scrive che ‟la stoffa umana di un leader, il suo stile e i suoi valori non sono indifferenti”. E anche giornali e commentatori di solito tetragoni alla questione si pongono qualche salubre domanda sulla mancanza di senso del limite del premier. Benvenuti, ragazzi. Ma che amarezza scoprire, una volta di più, quanto tempo è stato necessario (e quanto altro ce ne vorrà ancora) perché il cosiddetto "antiberlusconismo" fosse inteso nella sua ineludibile sostanza. L’ostilità politica ne è certamente un ingrediente (del quale, in democrazia, non è obbligatorio scusarsi. Tra l’altro). Ma il suo ingrediente costitutivo NON è politico, è civile e etico. È il sentimento di umiliazione per i modi e i toni, per il servilismo della claque, per il codazzo di girls, per l’ostentazione di denaro e di potere, per lo stile greve, i regali indecorosi, il dileggio al quale si è sottoposti, come italiani, appena fuori dai confini. Il vero, fatale errore di noi "antiberlusconiani" è stato non far capire che destra e sinistra, in questa faccenda, c’entravano relativamente. C’entrava di più quella parola sacra ai giusti, "limite", che a Berlusconi fa lo stesso effetto che la kryptonite fa a Superman. Quel limite (della giovinezza, del potere, dell’arbitrio umano) che terrorizza Berlusconi ma è la porta d’ingresso della dignità.

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