Antonio Di Pietro, cheè un uomo vigoroso e semplice, è l’ultimo politico al mondo ancora convinto che gli intellettuali contino qualcosa. Tanto da dichiarare che solo gli intellettuali schierati con lui sono davvero nemici del regime. Tutti gli altri, complici. Tonino, che è simpatico perché sembra uno arrivato in città il giorno prima, probabilmente ignora che gli intellettuali, a differenza delle veline, hanno già abbondantemente disperso il loro charme politico. Negli anni, in gruppo o alla spicciolata, hanno aderito a decine di partiti, firmato centinaia di appelli, sostenuto migliaia di ottime e pessime idee, collezionando una sensazionale serie di equivoci e di sconfitte. Fino a convincersi, quasi tutti, che al pari degli idraulici, degli operai, delle massaie, dei contadini, il poco che possono fare di buonoe di utileè lavorare al meglio: scrivere, leggere, insegnare, pensare. E’ quanto basta e avanza, di solito, per capire se un intellettuale è o non è "di regime": se, cioè, si guadagna da vivere con il sudore oppure con la saliva. Per fare un esempio lampante, la libertà di pensiero e il talento di Claudio Magris si misurano leggendolo, non venendo a sapere che voterà Di Pietro. E se queste considerazioni non bastano, traduco in dipietrese: gli intellettuali, in politica, portano sfiga.

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