L’espressione "giustizia a orologeria" è echeggiata, in settimana, centinaia di volte. Non appena appariva in video un esponente del centrodestra, già si sapeva che avrebbe detto "giustizia a orologeria". L’espressione deve avere un suo irresistibile fascino, perché nel pronunciarla l’oratore di turno, pur nella solita mesta inquadratura da tigì, rinvigorisce il tono e quasi riprende colorito, compreso l’esangue Capezzone (per il quale la Commissione di vigilanza sulla Rai, per ragioni umanitarie, dovrebbe urgentemente stabilire l’obbligo di una flebo prima di andare in onda). Senza entrare nel merito politico della questione, sono le leggi dello spettacolo a suggerire, almeno ogni tanto, una variazione sul tema. Su un pubblico già prostrato, le ripetizioni hanno un effetto esiziale. «Non dirmi che anche questo qui, adesso, dice "giustizia a orologeria"», mormora il teleutente inerte sulla sua poltrona. E quello, implacabile, lo dice. Ora, grazie alla munificenza del premier, non potrebbe il centrodestra assoldare un’équipe di linguisti esperti di sinonimi? O indire un concorso a premi per suggerire espressioni alternative? O consigliare al proprio folto cast di dichiaratori un’astuta scappatoia, tipo» sono d’accordo con il collega che mi ha preceduto»? Sarebbe molto apprezzato.

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