Siamo alla fine dell’anno scolastico e si affastellano strane voci su bocciature di massa, decimazioni di studenti riottosi, giri di vite, ritorno di fiamma della selezione a partire, addirittura, dalle scuole dell’obbligo. Si intuisce la frustrazione di un corpo insegnante che per anni ha vissuto in prima linea la crisi d’autorità degli adulti, subito i piagnistei di genitori iperprotettivi, tollerato l’arroganza e/o l’indolenza di teenagers intronati dalla play-station, assordati dall’Ipod, incanagliti dal bullismo o più banalmente da una maleducazione di massa sdoganata ovunque, e figurarsi tra i ragazzini. Peccato che un così repentino cambiamento di rotta (dalla promozione per puro sfinimento alla bocciatura come panacea) assomigli più a una vendetta che a un rimedio. La severità nevrotica della scuola gelminiana è complementare al lassismo rassegnato che l’ha preceduta. E’ la sberla che segue l’eccesso di carezze, il castigo comminato per impotenza più che per convinzione. Non c’è dubbio che si debba tornarea regole fortie credibili, ma non tutte insieme e non tutte sbraitate in faccia a ragazzini che fino a ieri l’altro dormivano sui banchi. L’esempio più benefico che i grandi possono dare è il senso della misura. Tutto questo batter di tacchi e agitare frustini ha molto poco a che fare con il lavoro difficile, e di lunga durata, dell’educatore.

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