Lievita il famoso ‟dibattito interno” al Pd. Cerco di documentarmi: ieri per esempio ho leggiucchiato un articolo sul ‟terzo fronte” con la stessa svogliata neghittosità con la quale, da ragazzo, studiavo l’aoristo. Ma faceva caldo, sono uscito a mangiare una granita e un eventuale esame sul ‟terzo fronte” mi vedrebbe gravemente impreparato. Paventandone un quarto, e non avendo ben chiaro nemmeno quali siano il primo e il secondo fronte, mi ritrovo in preda a una imprevista diffidenza per la democrazia partecipativa, le primarie, le secondarie, i precongressi e i congressi. Sogno un regolamento di conti interno, di palazzo, con congiurati nascosti dietro i drappeggi e duelli all’arma bianca, al termine del quale ci comunichino i nomi dei morti e quelli dei pochi sopravvissuti, con una radicale riduzione del cast. Ho equanime simpatia per tutti o quasi i contendenti, stimo Rosy Bindi, apprezzo Franceschini, sono amico quasi d’infanzia di Veltroni, ammiro D’Alema, ho votato per la Serracchiani, rispetto Bersani, leggo tutte le interviste a Cacciari, mi piace Finocchiaro, non mi sfugge il peso politico di Castagnetti, Fioroni e Parisi, tifo per i quarantenni ma non disdegno i cinquantenni, i trentenni, i sessantenni e i troppo sottovalutati ottantenni. Basta che mi tengano all’oscuro del loro dibattito almeno per i mesi estivi.

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