Roberto Saviano, con un’operazione strettamente letteraria, ma di enorme peso politico, ha promosso a scenario di guerra ciò che per i media, da anni, è ordinaria cronaca nera. Chissà se esistono aspiranti Saviano a Crotone. In grado di raccontare - tra le mille - la storia di un bambino di undici anni che stava giocando a calcetto, ed è caduto vittima di una delle tante operazioni della guerra del Sud, eserciti tribali contro altri eserciti tribali, una carneficina che conta molte decine di migliaia di morti (decine di migliaia!), rastrellamenti in locali pubblici, sparatorie quotidiane, bombe che ribaltano autostrade, pallottole vaganti che stroncano innocenti, battaglie tra famiglie di banditi, bambini strozzati e sciolti nell’acido, migliaia di miliardi che condizionano e magari deviano l’economia di uno dei paesi più ricchi del mondo. Potessimo vederle tutte in fila, atrocità come quelle di Crotone, ci renderemmo conto che niente, in questo Paese, è lontanamente paragonabile alla guerra barbarica delle mafie e dei mafiosi, dei loro alleati e dei loro sottoposti, spesso interi quartieri, interi paesi. Pensandoci lucidamente, rimane inspiegabile l’assuefazione pigra che impedisce a tutti (politica, media, opinione pubblica) di chiamare guerra qualcosa che altro non è.

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