Toyota Corolla. Macchina ad alta velocità che si lancia... Regole rispettate. Siamo in guerra. Le stesse parole di quel 4 marzo 2005 mi rimbombano in testa. Cambiano solo i protagonisti: a sparare adesso sono gli italiani non gli americani, la vittima è una ragazzina di tredici anni, allora era morto Nicola Calipari.
Cambia il luogo: Afghanistan invece dell'Iraq, ma lo scenario è lo stesso, quello della guerra. Maledetta guerra, vietata dalla nostra costituzione. Per completare il quadro manca ancora un termine: impunità, che comunque sarà garantita anche questa volta. Come sempre.
E' come un flash back, un incubo che ritorna. Ma non è vero: è un incubo che si ripete, che si moltiplica all'infinito.
Il ministro degli esteri Frattini ha parlato, riferendosi alla tredicenne Behnooshahr, che è una vittima del terrorismo. Non è vero: è vittima degli italiani che le hanno sparato, è vittima - non la prima, non sarà l'ultima - della guerra che l'Italia alimenta, mascherandosi ipocritamente dietro una «missione di pace», invece di disinnescare dando la parola alla politica. E questa è una spirale che non arresta il terrorismo, che anzi dalla situazione trae linfa.
Questa tredicenne innocente e inconsapevole è una vittima dei soldati italiani, come contro Calipari sono stati gli americani a sparare. E se dietro quell'assassinio (di Calipari) c'erano dei complici nessuno ha voluto rivelarlo. L'impunita innanzitutto e il silenzio che soffoca e uccide due volte.
Non ci si può nascondere dietro il «tragico incidente». Tragico lo è sicuramente ma non si puo liquidare la morte di una ragazzina come un incidente. Cosi come non si può attribuire la responsabilita alla «maledetta Corolla», la «macchina dei kamikaze» si dice, ed è come se parlassimo in Italia di una «maledetta Punto», vale a dire di una delle macchine più diffuse. Toyota Corolla allora come oggi. E allora come oggi la vittima era seduta dietro. Oggi gli spari hanno colpito da dietro: c'è una sola spiegazione, evidentemente la macchina stava superando la pattuglia senza lanciarsi contro.
L'Italia è in guerra, ha detto qualcuno, e invece non dovrebbe esserlo. Ma l'Italia in guerra lo è davvero, quello che è successo domenica è un'ulteriore dimostrazione e allora occorre uscire dalla guerra senza se e senza ma.
Siamo andati in guerra agli ordini di Bush, per ora Obama non ha dato segnali di cambiamento rispetto all'Afghanistan e quindi la situazione andrà continuamente peggiorando. E se non ci sarà una svolta politica, l'Italia si troverà sempre più invischiata in un conflitto in cui evidentemente - come del resto sempre - le principali vittime sono civili.
Dopo quello che è successo domenica come si potrà ancora parlare di buoni rapporti dei soldati italiani con la popolazione civile? I soldati hanno sparato dopo aver inaugurato un ospedale pediatrico (!), una circostanza che dimostra ancora una volta che le azioni umanitarie vanno affidate ai civili e non ai militari.
Se si vogliono veramente aiutare gli afghani la missione deve cambiare di natura deve servire alla ricostruzione e allo sviluppo del paese, oltre che alla protezione dei diritti umani, in particolare delle donne (che nonostante i soldati occidentali continuano a non avere diritti), altrimenti i taleban continueranno a proliferare e anche il terrorismo di al Qaeda.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>