Il problema dei cosiddetti graffiti urbani riassume bene il problema della società di massa (per questo se ne parla tanto). Tutti sentono di avere il diritto di esprimersi e di essere "qualcuno". Pochi hanno la capacità di farlo a un livello decente. I muri delle città italiane esprimono implacabilmente questo gap: per ogni metro quadrato di arte c’è un chilometro quadrato di patetico esibizionismo. I writers, in genere, rifiutano questa discriminante estetica: sostengono il diritto all’espressione di massa, ovviamente a scapito dello sguardo pubblico costretto a sorbirsi, in aggiunta alla bruttezza urbana, la bruttezza vanamente riparatoria di orribili graffiti. Né è facile escogitare soluzioni "selettive", tendenti a impedire o cancellare l’espressione del brutto e valorizzare l’espressione del bello: il mercato, che oggidì piaccia o non piaccia è il selezionatore quasi unico della qualità (vera o presunta) non ha potere sui muri e sui cavalcavia. La libera espressione del sé è il solo criterio (iperdemocratico) che governa il graffitismo. Diciamo che, almeno per il momento, è un criterio ancora molto immaturo e generico. Produce quantità e non qualità. Mediocrità e non fantasia. E fa rimpiangere – che tristezza – perfino l’arbitrio e le speculazioni del mercato dell’arte.

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