Ho letto, sul Corriere di ieri, l’articolo intitolato ‟Maschi e femmine, classi separate”. Ho pensato: ahimè, ci risiamo. Oltre duemilacinquecento anni fa, Esiodo parlava delle donne come di un ghénos (una stirpe) a sé, diversa da quella degli uomini. Non è stato il solo. Anche per Aristotele le donne erano diverse (persino nella temperatura corporea, più fredda di quella dell’uomo). Per gli antichi il mondo era fatto di ‟diversi”: uomini e donne, liberi e schiavi, cittadini e stranieri. L’epoca moderna ha introdotto il concetto di aree di eguaglianza, alla base della democrazia: luoghi fisici o istituzionali in cui si gode di pari diritti senza rinunciare alle differenze personali. Oggi si torna a parlare di diversità, e conseguente separatezza: classi, trasporti, quartieri separati... L’argomento di fondo è sempre lo stesso: se separiamo uomini e donne, vecchi e giovani, neri e bianchi, residenti e nuovi venuti, tutti saranno più contenti e svilupperanno al meglio le proprie capacità senza confrontarsi con le disuguaglianze e i conflitti che esse creano. Ma nella società moderna la competenza sociale, come spiega Amartya Sen, comprende anche il sapere convivere con le diseguaglianze. Anche nella scuola, direi: le classi separate sono un arretramento nei rapporti fra generi. Uomini e donne, si dice, sono troppo diversi per poter imparare insieme le stesse cose. Non voglio entrare un dibattito che ha diviso per anni il mondo del femminismo, ma io non credo in una differenza che, così presentata, rischia di sembrare ontologica. E’chiaro che in una classe c’è chi impara a scrivere prima e chi dopo, che è più bravo in una materia e chi in un’altra: ma non si può assumere a principio universale che questi scarti siano legati al genere. Né mi convince l’argomento che, separati, sia maschi sia femmine rendano meglio. Nelle classi miste, si dice, i maschi sono dominanti: il rischio esiste, ma il rimedio non può essere la separatezza. Il mondo è fatto di donne e di uomini, le cui vite si intrecciano, non solo negli anni della scuola. E’sui banchi della scuola che si imparano le regole della convivenza e del rispetto, e i maschi capiscono (o dovrebbero) che non è vero che ‟gli uomini sono più adatti al comando”, come diceva il buon Aristotele. E’a scuola che si impara che il rapporto uomo/donna non è solo sessuale. Le classi separate creano mondi fittizi, che, nell’età delicata della formazione, possono far percepire l’altro sesso in modo deformato da fantasie e stereotipi. A scuola si impara che un uomo e una donna possono amarsi, ma possono anche essere amici, indipendentemente dalla differenza di sesso. A differenza di Esiodo, mi piace pensare che oggi siamo un ghénos solo, ciascuno con le proprie diversità, di genere e individuali: ma parte di uno stesso mondo, nel quale possiamo e dobbiamo convivere in tutte le stagioni della vita.
Eva Cantarella

Eva Cantarella

Eva Cantarella ha insegnato Diritto romano e Diritto greco all’Università di Milano ed è global visiting professor alla New York University Law School. Tra le sue opere ricordiamo: Norma e sanzione in Omero. Contributo alla protostoria del diritto greco (Milano, 1979), Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico (Milano, 1987; 2006; In Ue Feltrinelli, con nuova prefazione dell'autrice, 2016), Il ritorno della vendetta. Pena di morte: giustizia o assassinio? (Milano, 2007), I comandamenti. Non commettere adulterio (con Paolo Ricca; Bologna, 2010), “Sopporta, cuore...”. La scelta di Ulisse (Roma-Bari, 2010). Per Feltrinelli ha pubblicato Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia (1996), Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto (2002, premi Bagutta e Forte Village), L’amore è un dio. Il sesso e la polis (2007, premio Città di Padova per la saggistica; “Audiolibri-Emons Feltrinelli”, 2011), Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma (2009), L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana (2010), l’edizione rivista de I supplizi capitali (2011), Pompei è viva (con Luciana Jacobelli; 2013), Perfino Catone scriveva ricette. I greci, i romani e noi (2014), Non sei più mio padre. Il conflitto tra genitori e figli nel mondo antico (2015), L'importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro (con Ettore Miraglia; 2016), Come uccidere il padre. I problemi della famiglia dai romani a noi (2017), l’edizione rivista de I supplizi capitali (2018), Gli inganni di Pandora. L'origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica (2019) e ha tradotto Le canzoni di Bilitis (2010) di Pierre Louÿs. Nella collana digitale Zoom è uscito L’aspide di Cleopatra (2012). Per Gli amori degli altri. Tra cielo e terra, da Zeus a Cesare (La Nave di Teseo, 2018) e per la sua opera in generale, ha ricevuto recentemente il premio Hemingway e il premio Pescasseroli.

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