L’Italia che deruba i turisti stranieri facendo la cresta sul conto, o rifilando servizi mediocri a prezzi esorbitanti (ieri a Linate: venti euro per un tramezzino al tonno semicongelato, una Coca Cola e una macedonia), è la stessa della quale sentiamo parlare da quando siamo nati, e nella quale moriremo. L’immutabilità è infatti il nostro più implacabile vizio, come se ci piacesse, in fin dei conti, questa nomea secolare di affabili furbastri che cercano di turlupinare i ricchi scemi: riscontrabile anche nei diari di viaggio sette e ottocenteschi, prodighi di commozione per il paesaggio, l’arte e le vestigia, e spesso di sconsolato spregio per il popolino indegno. La scusa della miseria (che è anche un alibi secolare) non regge più da un pezzo, non è certo per mangiare che gli italiani rubano in massa (vedi anche l’evasione fiscale). Niente o quasi, girando per il paese, ci parla più di povertà. L’aria è piuttosto quella dei soldi sotto il materasso. Ci si chiede se e quando dovremo pagare il conto. Le scorte di ricchi sprovveduti, grazie alle new entry dell’Est Europa, paiono ancora massicce. Poi arriveranno, in massa, i cinesi. Almeno due generazioni di italiani imbroglioni sono garantite. Più che dire "che schifo", viene da dire: che noia.

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